Ghardaïa la città dei minareti nel deserto

Ghardaïa (in arabo ولاية غرداية, in berbero Taγerdayt) è una città dell’Algeria, capoluogo della provincia omonima. La città è il principale insediamento della valle dello Mzab, luogo di rifugio degli appartenenti alla setta islamica degli Ibaditi dopo il crollo del regno di Tahert; conserva ancora oggi gran parte della sua architettura medievale.
Si trova nella Algeria centro-settentrionale, nel deserto del Sahara e sorge lungo la riva sinistra dello Mzab. Dalla valle del Mzab prendono il nome i Mozabiti, che appartengono dal punto di vista religioso all’islamismo Ibadita, una corrente particolarmente moderata dell’Islam, che cerca il ragionamento e non l’imposizione, come si nota nei comportamenti, nel sorriso, nell’accoglienza di questa popolazione.
Gli abitanti della valle, arrivati già verso il 1000 dalle alture del centro dell’Algeria, cominciarono a costruire le loro città dall’alto, contro le inondazioni, con una struttura a chiocciola, che consente di rispettare il diritto al sole e alla luce per tutti.
Ghardaïa fa parte di una cosiddetta pentapoli, cioè un insieme di cinque insediamenti collinari. Ghardaïa è circondata dagli altri quattro: Melika, Beni Isguen, Bou Noura e El Atteuf. Venne costruita quasi mille anni fa nella valle di Mzab dai Mozabiti, facenti parte della setta musulmana ibadita, composta da musulmani non arabi, tra cui molti berberi. Si tratta di un importante centro di produzione di datteri e di fabbricazione di tappeti e tessuti. È una città fortificata suddivisa in tre settori circondati da mura. Al centro è la zona storica mozabita, con una moschea dal minareto piramidale ed una piazza con portici. Le case sono piccole, a misura di famiglia, e le loro mura sono bianche, rosa e rosso, costruite con sabbia, argilla e gesso, caratterizzate da tetti a terrazza e porticati e da una corte centrale che dà luce alle rare e piccole finestre.
Osservando la città dall’alto di una collina si ha l’impressione di una corona di minareti che degradano armoniosamente verso il basso, nei cerchi concentrici delle case fino al palmeto in basso.
La visita di Ghardaia comincia dall’ampia piazza centrale con portici ad arcate, dove si affacciano le botteghe e da cui partono le vie del mercato, ombreggiate da teli. Nel dedalo di strade si aprono piazzuole ornate da palme da dattero. Al tramonto si può salire in cima alla torre che domina la città di El Atteuf, per un panorama spettacolare e rilassante: sotto di noi le case con le terrazze dipinte di blu per riflettere il cielo, la corona di minareti nella loro strana forma con quattro cuspidi, cielo azzurro, terra ocra e rosa.
Nel suo libro pubblicato nel 1963, La forza delle cose, la filosofa esistenzialista francese Simone de Beauvoir definì Ghardaïa “un dipinto cubista splendidamente costruito“.
Ghardaia è riconosciuta Patrimonio Unesco dal 1982, per il suo specifico paesaggio geografico e culturale. Definita da Le Corbusier “armonia naturale, architettura senza architetto” è un’originale realtà fatta di costruzioni, urbanistica e regole sociali tramandate nei secoli. L’Unesco salvaguardia Ghardaia come un bene culturale valutato in base ai criteri II (per il suo insediamento che ha influenzato l’urbanistica anche del secolo attuale), III (per i suoi valori culturali legati alla tradizione ibadita) e V (un insediamento la cui cultura si è preservata fino al secolo attuale).

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